Rubrica “Interventi e Repliche” del Corriere della Sera del 15 gennaio 2005.

Intervento di Paolo Sylos Labini

Gli articoli di Dario Di Vico e di Ennio Caretto sull’Argentina (Corriere, 28 dicembre 2004) sono interessanti, ma non menzionano la corruzione, che ha avuto effetti devastanti sulla stessa economia.

Aveva ragione Adamo Smith: nell’epoca del capitalismo industriale fra morale ed economia non c’è contrapposizione. Edward Luttwak disse (Corriere, 22 dicembre 2001): «Ormai avete un problema grosso come una casa. (…) Berlusconi, il quale cura i suoi affari mentre è al governo (…), non s’accorge di violare tutti i punti più sacri del capitalismo».

George Bush, che non è uno stinco di santo, ha dovuto accettare la legge Sarbanes-Oxley che prevede fino a venticinque anni di galera per chi falsifica i bilanci: lo esige non la morale, ma il sistema. Da noi quel reato è stato depenalizzato. E l’elogio dell’evasione, fatto da Berlusconi, è deleterio per ragioni economiche, non morali.

Il nuovo Presidente argentino, Néstor Kirchner, è stato eletto soprattutto perché «tollerabilmente onesto»: nessun uomo d’affari può progredire se ad ogni passo deve pagare tangenti, se la polizia è ampiamente corrotta. Le entrate fiscali non bastavano a finanziare le infrastrutture per lo sviluppo e il welfare a causa dell’enorme evasione dalle imposte dirette – l’aumento di quelle indirette di regola è inflazionistico.

Credo che la ripresa dell’economia argentina possa durare solo se Kirchner va avanti nella lotta alla corruzione e se introduce finalmente una riforma del sistema delle imposte dirette. In Italia ci stiamo avviando verso l’Argentina precedente Kirchner. Dobbiamo reagire: siamo ancora in tempo.

Paolo Sylos Labini,
Corriere della Sera, 15 gennaio 2005