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Tra il luglio e l’ottobre 2002 la Guardia di Finanza italiana ha svolto indagini su 21.199 aziende italiane. Se volessimo considerare queste indagini una sorta di sondaggio sulla diffusione dell’evasione fiscale in Italia, potremmo considerarlo assai attendibile, perché il campione di norma considerato nelle analisi che riguardano tutta la popolazione italiana, non supera i 5.000 soggetti (una quantità considerata più che sufficiente).

Qual è stato il risultato di queste indagini? 13.151 lavoratori in nero. In percentuali, il tasso di irregolarità delle aziende è risultato così distribuito sul territorio:

  • il 50% delle aziende al Nord-Ovest non è in regola;
  • il 60,6% al Centro;
  • il 61,2% nel Nord-Est;
  • il 63,6% in Sicilia e Sardegna;
  • il 76% al Sud.

In media, più del 60% delle aziende italiane evade il fisco.

È una notizia che desta preoccupazione perché ci parla di un Paese malato, che deve farsi carico di una enorme quantità di aziende che non solo sottrae risorse alla collettività, ma pratica anche una concorrenze sleale alle spalle di una minoranza (una minoranza!!!) di imprese oneste.

Perfino nel modo in cui circolano notizie del genere ci sono motivi di preoccupazione: quasi tutta la stampa italiana si è limitata a un trafiletto, il medesimo comportamento omissivo e complice che ha contribuito per decenni alla degenerazione della nostra classe dirigente politica.

E le Istituzioni? Ecco un paio di dichiarazione di Silvio Berlusconi, Presidente del Consiglio della XIV Legislatura:

La Repubblica 17 febbraio 2004
La Repubblica, del 17 febbraio 2004

“Con le tasse alte non è immorale evadere”

“Gli operai che resteranno fuori dagli stabilimenti per alcuni mesi (si rifersce agli operai della Fiat finiti in cassa integrazione nel dicembre 2002, N.d.R.), ma che poi rientreranno, resteranno dipendenti Fiat e riceveranno dallo Stato un assegno pari all’80% del normale stipendio fino al giorno del rientro.

Nel frattempo, i più volenterosi troveranno certamente un secondo lavoro, magari non ufficiale, dal quale deriverebbero entrate in più in famiglia”.

Il “secondo lavoro, magari non ufficiale” che viene suggerito dal Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi è necessariamente lavoro nero. Dato da aziende che evadono il fisco (solo una azienda che evade il fisco ha la liquidità occulta che le consente di pagare in nero).

Silvio Berlusconi non è tuttavia un italiano diverso da tanti altri. Sono purtroppo molti quelli che “lasciano fare” quando si imbattono in un dentista, un meccanico, un ristoratore che deruba il fisco, cioè lo Stato, cioè noi. Ma una Nazione imbelle nei confronti dei disonesti si taglia le gambe.

È una cosa che tutti sanno: non può esistere nessun progetto di riduzione del peso del fisco che non parta dalla lotta all’evasione, specie in Italia, dove è a livelli altissimi. Eppure lasciamo fare, e abbocchiamo a promesse elettorali strampalate, inverosimili perché non osano toccare l’illegalità diffusa.

La stampa ci dice che secondo numerosi parametri, dal 2002 l’Italia è risultato un paese la cui competitività è in declino. Non potrà esserci ripresa finché condanneremo al fallimento le imprese oneste.

Riferimenti

“Lotta al sommerso, ogni dieci controlli sei lavoratori in nero”, di Stefania Tamburello. Pubblicato a pagina 25 del Corriere della Sera del 27/11/2002.

Da leggere anche

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Dice Giulio Tremonti, ex ministro dell’economia, in un intervista al Corriere della Sera del 14 novembre 2004 (pagina 5):

“La mia idea di riforma fiscale non era limitata alle aliquote. Includeva un secondo 8 per mille in favore del volontariato e della ricerca e poi un effettivo contrasto dell’evasione fiscale, che si può fare solo coinvolgendo i Comuni nell’accertamento delle imposte e riformando la riscossione, visto che oggi per 100 euro messi a ruolo lo Stato ne incassa 3 e ne paga 1 e mezzo. In questi termini pagare le imposte è un optional.”

Argentina: gli effetti della corruzione

Dalla rubrica “Interventi e Repliche” del Corriere della Sera del 15 gennaio 2005, un intervento di Paolo Sylos Labini:

[…] nessun uomo d’affari può progredire se ad ogni passo deve pagare tangenti, se la polizia è ampiamente corrotta. Le entrate fiscali non bastavano a finanziare le infrastrutture per lo sviluppo e il welfare a causa dell’enorme evasione dalle imposte dirette […]

L’articolo completo.

Borrelli: «I condoni sono criminogeni»

Nella relazione d’apertura dell’anno giudiziario 2005, Francesco Saverio Borrelli descrive efficacemente i guasti prodotti dai continui “condoni” fiscali ed edilizi.

[…] Il condono fiscale «infligge uno scacco micidiale alla legalità tributaria» e «tradisce il principio dell’uguaglianza di tutti i contribuenti di fronte alla legge, favorendo i furbi e i negligenti, mentre coloro che hanno rispettato la legge e adempiuto con puntualità ai propri doveri rimangono beffati […]

L’articolo completo.

Offshore… ovvero quanto è conveniente pagare un secchio di plastica 900 dollari

Ecco un articolo su quanto sia conveniente pagare un secchio di plastica più di 900 dollari e su come ha fatto la Microsoft a dichiarare 12,3 miliardi (MILIARDI) di dollari e a pagarne 0 (ZERO) di tasse.

L’articolo completo.

Link

Siti da visitare:


Possiamo fare molto

L’evasione fiscale non si può cancellare del tutto, ma si può contrastare, fino a ridurne in modo significativo gli effetti negativi. Nella lotta all’evasione quasi tutti i paesi europei, e molti altri nel resto del mondo, fanno più di noi Italiani. Questo non vuol dire che dobbiamo rassegnarci, ma al contrario che abbiamo ampi margini di miglioramento.

Tra gli strumenti, il punteggio di lealtà contributiva nelle gare di appalto.

Di che si tratta?

Lo Stato, quando acquista da privati beni e servizi utilizza vari parametri per selezionare i fornitori. Purtroppo, più d’uno è discutibile. Di solito lo Stato sceglie:

  • in base a quanto è grande l’azienda (e a questo proposito si veda l’articolo “Grandi e piccole“);
  • in base al certificato di qualità, che costa moltissimo alle aziende piccole, e quasi nulla alle grandi. E sulla cui efficacia e sul cui schema dei costi sarebbe utile più di un ripensamento.

Questi discutibili parametri non hanno nulla a che vedere con la scelta del migliore, ma hanno l’effetto certo di ridurre la concorrenza, e quindi le possibilità di ottenere qualità migliore e prezzi inferiori.

Di fatto (e perfino in base alle norme), lo Stato non tiene in nessuna considerazione quanto il suo fornitore è leale nei confronti del fisco, cioè di tutti noi (a questo proposito, si leggano i dati incredibili illustrati nell’articolo sulle grandi aziende offshore). Inoltre, lo Stato finge di non sapere che la quasi totalità delle grandi aziende ricorre al subappalto illegale.

Considerato che attraverso i nostri “amministratori della cosa pubblica” ogni mese compriamo beni e servizi per miliardi di euro, questa linea di condotta ci conviene? Se i “nostri” fornitori (sempre di meno come numero, ma sempre più voraci come tariffe) fanno ampio ricorso all’elusione e all’evasione fiscale, i costi praticamente raddoppiano. Lo Stato infatti si trova a pagare una prima volta per il bene o il servizio effettivamente erogato, e una seconda volta perché questo fiume di danaro sparisce nei paradisi fiscali (e quindi non si trasforma in ricchezza per il Paese).

Tutto questo non finirà finché sarà conveniente evadere ed eludere il fisco, avere lavoratori in nero e ricorrere al subappalto illegale.

Sui motivi per cui la nostra classe politica si esprima solo a parole (e non di rado, nemmeno a parole) contro l’evasione fiscale ci si potrebbero scrivere dei trattati. Ma su alcune semplici proposte perfino i più spudorati dovrebbero avere difficoltà ad opporsi.

Si vieti l’accorpamento fittizio dei servizi, quando è finalizzato solo a raggiungere basi d’asta che tengono fuori le piccole aziende. Si vieti l’acquisto di massa di beni, quando questi possono essere forniti solo da grandi distributori (che poi ne moltiplicano per tre quattro volte il prezzo, invece di introdurre sconti, come vediamo succedere quotidiamente).

Ma soprattutto si introduca il punteggio di lealtà contributiva. Un parametro oggettivo e incontrovertibile che, grazie all’ampia informatizzazione del sistema, può essere fornito in tempo reale e senza costi rilevanti dall’Agenzia delle Entrate. Se il fornitore scarica gli utili nei paradisi fiscali, se ha subito sanzioni per aver evaso il fisco, se ha o ha avuto negli ultimi anni lavoratori in nero, ecc. (ovviamente con tutte le garanzie per chi ha provvedimenti in via di definizione) deve ottenere un basso punteggio di lealtà contributiva, e quindi perdere la gara!

In altri termini, si faccia in modo che frodare il fisco non sia conveniente!