Le grandi aziende non sono – ovviamente – un male in sé. Come non lo sono le medie o le piccole. Ma dagli abusi delle grandi è più difficile difendersi, perché sono molto influenti e ottengono molti privilegi.

La grande azienda, quando è in crisi, viene aiutata con danaro pubblico (la piccola no). Quando commette gravi reati, le concedono attenuanti (alla piccola, per fortuna, no. Ma vorremmo che neanche ai grandi corruttori venisse consentito di farla franca). Quando elude il fisco chiudono un occhio e pure l’altro. E quando c’è da distribuire soldi (pubblici), è sempre la grande azienda a incassare.

Sono tutti mali necessari, da sopportare, magari perché è la grande azienda a far funzionare l’Italia? Secondo la Confindustria nel 2006 più del 99% della forza lavoro, in Italia, era impegnata in aziende piccole, con meno di 50 dipendenti.

Nonostante ciò, la stragrande maggioranza degli appalti pubblici viene concessa alle Grandi Aziende (che – lo ricordo – rappresentano meno dell’1% della forza lavoro).

Ci conviene? Grande è sinonimo di efficienza, risparmio, qualità? Alcune considerazioni sparse:

Capacità di innovazione

Una delle tesi più convintamente propagate è che solo la grande azienda è capace di produrre innovazione. Non conosco tutto il mondo produttivo; ma nel mio campo (informatica, Internet in particolare) nessuna evoluzione significativa è scaturita dai laboratori delle grandi aziende. Motori di ricerca, modelli di marketing, siti di successo. Tutti scaturiti da realtà piccole o piccolissime.

Come mai? Una delle cause principali è che la grande azienda tende a conservare lo status quo, ovvero le condizioni nelle quali ha il predominio del mercato. Mentre le innovazioni per loro natura sconvolgono gli assetti. Si pensi ad esempio all’impatto che il VoIP (le telefonate via Internet) potrebbero avere se i Governi consentissero vere liberalizzazioni, o provate a ripensare alle vicessitudini subite dalla distribuzione digitale della musica, o ancora all’ostracismo contro il software open source.

La grande azienda tollera male l’innovazione, quando addirittura non la combatte. Ho fatto riferimento alla musica e all’open source: la distribuzione in digitale è stata avversata in ogni modo, fino a ottenere dai vari Governi sanzioni penali severissime, assolutamente sproporzionate rispetto alla gravità sociale del fenomeno. Mentre la campagna contro il software open source è appena iniziata, benché già si assista a manovre per bloccarne la diffusione modificando a proprio vantaggio le leggi (una degli stratagemmi studiati è depositare una miriade di brevetti, anche insignificanti, per soffocare con le scartoffie ogni programmatore libero).

Fisco iniquo

Tutti i regimi fiscali del pianeta, perfino quello italiano, dicono di ispirarsi a principi di equità. E se vi dicessi che le grandi aziende quasi non pagano le tasse, costringendo le piccole e i singoli cittadini a pagare per tutti?

I più informati penseranno subito ai vari stratagemmi che i colossi mettono a punto per eludere il fisco, come scaricare gli utili su società fittizie con sede nei paradisi fiscali (vedere la pagina “Off-shore“). C’è anche questo fenomeno, ma vi vorrei far riflettere su una ulteriore leva, meno evidente ma efficacissima: i finanziamenti pubblici.

Come tutti sanno comuni, province, regioni, i singoli Governi e l’Unione Europea distribuiscono annualmente miliardi di euro per “finanziare le imprese”. Funziona così:

  1. tutti noi paghiamo le tasse (privati, associazioni no-profit, aziende piccole, aziende grandi… anche se queste ultime in maniera molto marginale),
  2. le istituzioni pubbliche di cui sopra le incamerano, e poi
  3. ne ridistribuiscono una parte. Alle grandi aziende.

Qualche briciola va anche alle associazioni umanitarie, a un ridotto sottoinsieme di piccole aziende, agli istituti di ricerca (magari meritevoli) e così via. Ma è una magra pastura che serve come contentino. La maggior parte della torta è esclusivo appannaggio delle grandi aziende. Alle piccole è perfino vietato accostarsi, per legge! Si vedano ad esempio i finanziamenti comunitari, con regolamenti scritti appositamente per renderli inaccessibili alle realtà produttive di piccole dimensioni (i bandi richiedono fatturati minimi e impongono regolamenti così inutilmente complessi che solo le aziende dotate di decine di specialisti possono concorrere).

Se disponessimo sul piatto di una bilancia i soldi che una grande azienda paga in tasse, e sull’altro piatto i soldi che incamera attraverso i finanziamenti pubblici, il risultato sarebbe sorprendente. Una soluzione c’è: abolire (o ridimensionare radicalmente) il finanziamento pubblico. La valanga di miliardi risparmiati potrebbero tradursi in una imponente diminuzione delle tasse. Una soluzione semplice, e a somma zero per lo Stato (anzi, è probabile che tasse e spese più basse contribuirebbero a una minore evasione fiscale). Ma attraverso il finanziamento pubblico i nostri legislatori ritengno di “orientare” la produzione e incoraggiare le (grandi) aziende virtuose.

Mai balla è stata più grande nella storia dell’umanità (se non altro, per la quantità di danaro coinvolta). La direzione politica dell’innovazione ha fallito ovunque; le nazioni più competitive dal punto di vista industriale sono quelle dove i finanziamenti pubblici sono marginali e le tasse più basse.

Mi si obietterà che togliere soldi alla politica è difficilissimo. È vero, ma non è impossibile. Ci sono nazioni più virtuose della nostra, non dobbiamo rinunciare a sperare che qualcosa possa cambiare.

Un articolo da citare:

L’immagine è di Jrtayloriv, https://en.wikipedia.org/wiki/User:Jrtayloriv, distribuita con licenza Creative Commons CC0 1.0 Universal Public Domain Dedication, https://creativecommons.org/publicdomain/zero/1.0/deed.en.