Fermiamo il racket dei paradisi fiscali

Di: Lucy Komisar, dell’associazione Tax Justice Network-USA (http://www.taxjustice.net/)

Intervento alla conferenza: “Come controllare le grandi Corporation
tema: “Fermiamo il racket dei paradisi fiscali”
traduzione: Bernardino Tolomei
data: giugno 2007

Il racket dei paradisi fiscali è la più grossa truffa al mondo. È gestito dalle banche internazionali con la cooperazione dei poteri finanziari mondiali a vantaggio delle corporation e dei mega-ricchi. La maggior parte degli americani, compresi gli attivisti progressisti, non sanno quello che sto per dirvi, e questo è parte del problema.

I paradisi fiscali, noti anche come centri finanziari “offshore”, sono luoghi dove si gestiscono conti bancari segreti e società di copertura che mettono al riparo i veri proprietari dalle autorità fiscali e dall’applicazione delle leggi. Usano prestanome, uomini di facciata. Qualche volta sono le società di intermediazione che creano la copertura, altre volte lo fanno le banche. Spesso qualcuno in una data giurisdizione si serve di una società di copertura che in un’altra giurisdizione possiede un’altra copertura, che possiede un conto bancario in una terza. Si chiama “layering”. Nessuno riesce a risalire fino all’origine di questa pista di carta.

È “offshore” che viene riciclata la maggior parte dei proventi della droga, stimata fino a 500 miliardi di dollari l’anno, più del reddito totale del 20% più povero del mondo. Da frodi e corruzione provengono forse altri 500 miliardi.

Queste cifre non discordano dai dati del Fondo Monetario Internazionale, che dicono che ogni anno vengono riciclati intorno a 1500 miliardi di soldi illeciti, pari a una percentuale del prodotto economico mondiale che va dal 2 al 5%.

Wall Street ha bisogno di quei soldi. Il mercato ne soffrirebbe, si prosciugherebbe addirittura senza quel contante. Ecco perché il segretario al Tesoro Robert Rubin aveva adottato la politica, come mi disse Joseph Stiglitz, di non fare niente per fermare il libero flusso di denaro verso gli USA. Non era interessato a fermare il riciclaggio del denaro sporco, perché i fondi riciclati finivano a Wall Street, forse alla Goldman Sachs dove lui aveva lavorato, o alla Citibank, dove avrebbe lavorato in seguito.

I tentativi di scovare dei fondi riciclati di solito sono dei miseri fallimenti. Secondo l’Interpol in 20 anni di lotta contro il riciclaggio sono stati sequestrati 3 miliardi di dollari di denaro sporco, circa la quantità di denaro che viene riciclata in tre giorni.

L’altro principale scopo dell’offshore è l’evasione fiscale, che si è stimato raggiunga altri 500 miliardi di dollari l’anno. È così che le corporation e i ricchi hanno deciso di porsi al di fuori del sistema fiscale. Usano dei meccanismi sofisticati. Si realizza un utile sui trasferimenti: una società costituisce una società commerciale offshore, vende a questa i suoi prodotti ad un prezzo inferiore a quello di mercato, la società commerciale li rivende a prezzo di mercato, i profitti sono offshore, non dove sono stati realmente creati.

Due professori americani, usando dati delle dogane, hanno esaminato l’effetto delle importazioni sopra-fatturate e delle esportazioni sotto-fatturate nel 2001. Comprereste secchi di plastica dalla Repubblica Ceca a 973 dollari l’uno, tessuti dalla Cina a 1.874 dollari la libbra, uno strofinaccio di cotone dal Pakistan a 154 dollari, delle pinzette dal Giappone a 4.869 dollari l’una?

Le società americane, almeno sulla carta, hanno guadagnato davvero poco dalle esportazioni. Se foste in affari, vendereste pneumatici per autobus e camion in Gran Bretagna a 11,74 dollari l’uno, monitor a colori in Pakistan a 21,90 dollari, case prefabbricate a Trinidad a 1,20 dollari l’una? Confrontando i prezzi dichiarati delle importazioni e delle esportazioni, coi prezzi del mondo reale, i professori hanno calcolato una perdita per le tasse statunitensi di 53,1 miliardi di dollari.

Oppure una società costituisce una filiale in un paradiso fiscale, perché “possieda” dei logo o delle proprietà intellettuali. Come fa la Microsoft in Irlanda, trasferendovi software fatto in America, che ha utilizzato lavoro fatto da americani, così che la Microsoft possa pagare le tasse lì (all’11%) invece che qui (al 35%). Perché deve guadagnare l’Irlanda da software creato in America? Ma è legale. Bisogna cambiare la legge.

Quando un logo è offshore la società paga le royalties per usarlo e ne deduce l’ammontare come spese. Ma i pagamenti non sono tassati, o lo sono in modo minimo nel paese destinatario. Quando Cheney era a capo dell’Halliburton aumentò le sue filiali offshore da 9 ad almeno 44.

La metà degli scambi commerciali mondiali avviene tra i vari settori delle stesse multinazionali. Gli esperti ritengono che fino alla metà del flusso dei capitali passi attraverso centri offshore. L’ammontare totale dei capitali offshore comprende il 31% del profitto netto delle multinazionali americane.

Questa vasta gamma di trucchi per aggirare le tasse è la causa per cui dal 1989 al 1995, delle grandi società americane o multinazionali operanti negli Stati Uniti, con capitale di almeno 250 milioni, o fatturato di almeno 50 milioni, quasi i due terzi non ha pagato in America nessuna tassa sul reddito.

Tra il 1996 e il 2000 i profitti della Goodyear sono stati di 442 milioni, ma non ha pagato tasse ed ha ottenuto un rimborso di 23 milioni. La Colgate-Palmolive ha fatto 1,6 miliardi e ha ricevuto 21 milioni di rimborso. Tra le altre compagnie che hanno ottenuto rimborsi nel 1998 ci sono Texaco, Chevron, PepsiCo, Pfizer, J.P. Morgan, MCI Worldcom, General Motors, Phillips Petroleum e Northrop Grumman. La Microsoft ha dichiarato 12,3 miliardi negli USA nel 1999, e ha pagato zero tasse federali (in due anni recenti la Microsoft ha pagato solo 1,8% su utili lordi negli USA di 21,9 miliardi). Durante gli anni ’50 le corporation americane coprivano il 28% delle entrate fiscali federali. Ora esse ne coprono solo l’11%.

Queste tasse risparmiate possono comprare un bel po’ di uomini politici e di potere. Quando Nixon ebbe bisogno di soldi per pagare le effrazioni nel Watergate, li ottenne dai conti bancari di alcune società offshore. Questo apparato ha dato alle grandi banche, alle multinazionali e ai super-ricchi un mucchio di fondi neri che loro usano per controllare i nostri sistemi politici. Il sistema offshore deve essere smantellato.

Allora perché il movimento progressista non fa qualcosa in proposito? Questo è un caso in cui alcuni membri del Congresso sono più avanti degli attivisti. C’è una manciata di Democratici […] che parla in modo chiaro e presenta proposte di legge, ma dietro di loro non c’è nessun movimento. E mentre Obama ha sottoscritto la proposta di legge del senatore Levin Fermiamo gli Abusi dei Paradisi Fiscali, Hillary Clinton e altri non lo hanno fatto. […] Il paese deve dire alle multinazionali che le tasse che esse evadono sono soldi nostri.

Lucy Komisar
Tax Justice Network-USA, http://www.taxjustice.net/
(traduzione di Bernardino Tolomei)
giugno 2007

La foto è di NY, http://nyphotographic.com/, distribuita con licenza Creative Commons 3 – CC BY-SA 3.0